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mercoledì 13 maggio 2015

Il tronco di Davide (The Branch, 1984), di Mike Resnick

Michael Diamond Resnick (Chicago, 5 marzo 1942) è uno scrittore amatissimo dal pubblico d’oltreoceano, abbastanza tradotto anche qui in Italia. Autore piuttosto prolifico, attivo dall’inizio degli anni sessanta, ha prodotto oltre cinquanta romanzi di fantascienza, oltre a numerosissimi racconti, un corpo notevole di racconti per adulti, scritti sotto pseudonimo soprattutto nella prima parte della sua carriera.Da notare che detiene il record assoluto di nomination al premio Hugo, trentasei, con ben cinque vittorie (e qui ricordo che l’Hugo è un premio assegnato da giuria popolare). Essendo vincitore di altri numerosi premi, è tra gli scrittori di fantascienza che più ne hanno raccolti. I suoi tratti caratteristici più noti sono l'amore per l’Africa e la sua conoscenza profonda di questo continente, da cui ha tratto personaggi, spunti e ambientazioni, e l’umorismo che pervade la maggior parte delle sue opere.

Il tronco di Davide è un romanzo che ha però altri punti di riferimento. Non che manchi di umorismo, ma in questo caso è meno diretto del solito, affidato soprattutto a una certa leggerezza (che non significa mancanza di profondità) nell’approccio a temi piuttosto importanti. Per intenderci, è un Romanzo che parla di potere, della dicotomia ragione-istinto affrontata come rapporto dell’uomo con la religione.

Il libro, che si apre con un breve prologo in cui viene descritta la situazione storica in cui si svolge la vicenda, narra l’intreccio tra la storia di Solomon Moody Moore, capo assoluto di una potente organizzazione criminale di stampo mafioso, e Jeremiah B. piccolo criminale la cui unica abilità pare quella di truffare il prossimo.

I due caratteri non possono essere più diversi tra loro. Moore è un uomo d’affari sobrio, razionale e intelligente, il cui unico vizio è l’esercizio del potere fine a se stesso. Jeremiah B. non possiede grandi doti intellettive, ed è un edonista, incapace di vedere a un palmo dal naso, che vive alla giornata. Ma Jeremiah B. è anche qualcos’altro. Qualcosa che lui stesso ignora di essere.

I due s’incontrano per la prima volta in un luna park ambulante; Solomon è lì per imporre il pagamento del pizzo ai proprietari. Jeremiah approfitta dell’occasione per mendicare qualche soldo (come vedete la motivazione di fondo dei due è la stessa, lo stile completamente diverso).

Il loro primo incontro è tutt’altro che morbido. Jeremiah chiede l’elemosina fingendosi cieco e Solomon Moore lo mette duramente alla prova per assicurarsi che veramente lo sia. Il boss ne esce ingannato e il mendicante pesto ma vincitore. Questa situazione pare ripetersi ogni volta che i due hanno a che fare l’uno con l’altro. Ma mentre la storia procede, il gioco inizia a cambiare, la posizione dell’ex mendicante si rafforza mentre il boss va perdendo gradualmente la sua influenza, fino a un finale che sorprende, ma che visto a posteriori appare assolutamente corretto.

Ho trascurato, in questa rapida spiegazione, l’elemento religioso, che invece è portante nell’opera; nel corso del romanzo entra in gioco il dio degli ebrei che, pur non comparendo direttamente come personaggio se non alla fine, aleggia sul racconto tramite la presenza del suo messia. È proprio Solomon Moore a contribuire alla manifestazione del messia, fatto che sarà direttamente responsabile della sua rovina negli “affari”, e contro cui Solomon lotterà con tutte le sue forze fino alla fine.

Non aspettatevi però un messia sul genere del Gesù cristiano (che del resto non è mai stato accettato come tale dalla religione ebraica) si tratterà di un messia sorprendente, ma allo stesso tempo, nelle motivazioni addotte da Resnick, perfettamente plausibile, che incarna alla perfezione l’irrazionalità dello spirito religioso contrapponendola alla razionalità di Solomon Moore.

Una delle situazioni che mi colpirono di questo romanzo, alla prima lettura, fu che entrambi i protagonisti siano essenzialmente malvagi ma, nonostante ciò, ricchi di sfaccettature umane in cui è facile riconoscersi. Questa ricchezza dei personaggi, permettendo l’immedesimazione, fa sì che il romanzo non si blocchi a un livello troppo cerebrale ma che si dipani in modo scorrevole. La curiosità verso il carattere dei protagonisti basta a trasportare agevolmente il lettore dalla prima all’ultima pagina.

L’altra, a mio avviso ancor più importante, visto che ha fatto nascere in me una certa pulsione emulativa, è che si tratta di un libro, come ho già detto, piuttosto lieve alla lettura; Resnick ha una tale capacità di veicolare il significato alla storia, che in questo romanzo in particolare (ma anche in altre opere), raramente ha bisogno di considerazioni estemporanee per fornire spiegazioni. La storia è il significato. Il significato è la storia. Esattamente come avviene nelle fiabe o nelle parabole.

Questo modo di intendere la letteratura, che richiama alla fiaba e alla leggenda, è una delle travi portanti di tutta la narrativa di Resnick. È anche il motivo per cui mi sono trovato in difficoltà a scrivere questo breve invito alla lettura: credo parlando troppo esplicitamente dei motivi per cui ritengo questo romanzo un ottimo passatempo intellettuale, avrei finito anche per raccontare alcuni punti essenziali della trama guastandovene la lettura.

Spero comunque di essere riuscito a incuriosirvi a sufficienza da indurvi alla lettura.


giovedì 7 maggio 2015

Le argentee teste d’uovo (The Silver Eggheads, 1961), di Fritz Leiber

 Le argentee teste d’uovo, di Fritz Leiber


Fritz Reuter Leiber Jr (Chicago, 24 dicembre 1910 – San Francisco, 5 settembre 1992) è un personaggio di cui è difficile parlare senza dilungarsi. Limitandomi alla sua carriera letteraria, dirò solo che le sue innovazioni hanno segnato profondamente lo sviluppo dei generi in cui si è cimentato. Nella narrativa horror, con la creazione del concetto di urban horror (per intenderci , lo stesso da cui parte Stephen King in “Cristine” e in “Carrie”). Nel fantasy, scrivendo il ciclo di Fafhrd e il Gray Mouser ha inventato un nuovo modo di accostarsi al genere sword and sourcery (termine, tra l’altro, da lui coniato) da cui ha tratto dichiaratamente ispirazione, per dirne uno, Terry Pratchett. Il genere cui Leiber ha legato più saldamente il suo nome è comunque la fantascienza (sei premi Hugo, tre Nebula, e non dico altro).

Le argentee teste d’uovo, è sicuramente il suo romanzo meno noto. È stata, tra le sue opere, anche una tra le meno apprezzate al momento della sua uscita. Il pubblico in particolare, a quanto pare, non apprezzò che Leiber si fosse distaccato tanto dalle tematiche dei suoi lavori immediatamente precedenti. Anche la critica fu piuttosto avara di lodi verso codesto romanzo. Ma questo è da considerarsi come un punto a favore di quest’opera, e non il contrario. Il motivo è presto detto; se una satira centra il bersaglio, lo si può vedere dalla reazione del bersaglio stesso. E il bersaglio di “Le argentee teste d’uovo” è il mondo editoriale/letterario (in cui è compresa anche una certa critica).

Una satira dunque. A mio avviso una delle migliori di tutta la storia della fantascienza. Ma veniamo al sodo. In un mondo in cui la popolazione, a causa della noia generalizzata, dipende per l’intrattenimento, soprattutto da una certa letteratura usa e getta. Gli scrittori sono famosi e osannati, degli uomini-immagine cui le case editrici costruiscono una biografia e un personaggio pubblico. In realtà però gli scrittori non scrivono più. Si limitano a suggerire qualche idea ai mulini a parole e questi pensano a scriverla a modo loro.

A un certo punto però gli scrittori, in un impeto d’orgoglio, decidono di rivendicare la loro indipendenza intellettuale e con un vero e proprio atto rivoluzionario distruggono tutti i mulini a parole. Peccato solo che a questo punto, gli scrittori si rendano conto di non saper fare il loro mestiere.

Il protagonista del romanzo è Gaspard de la Nuit, appunto uno scrittore, impiegato presso la casa editrice Razzi. Gaspard però è uno scrittore decisamente al di fuori della norma; innanzitutto non odia i mulini a parole, li adora, anzi. Perciò nel momento della distruzione, si trova dall’altra parte della barricata. Inoltre gli piacciono i robot, e un robot è per l’appunto Zane Gort, il suo miglior amico, scrittore professionista (sì, come avrete capito, ai robot non piacciono le porcherie prodotte da i mulini, e tra loro esistono veri scrittori. E un'altra nota; chi ha amato Futurama, non potrà fare a meno di riconoscere, in Zane Gort, un certo robot della serie animata…).

Dopo la distruzione dei mulini dell’Editrice Razzi, Gaspard, in preda alla disperazione si rivolge ai suoi editori. Costoro però, che dovrebbero essere disperati per la devastazione subita, sembrano distaccati, indifferenti. Gaspard non riesce a capirne il motivo, fino a che non si rende conto che gli editori della Razzi hanno un’arma segreta che consentirà loro di avere nuovi libri da pubblicare senza bisogno di scrittori né di mulini a parole.

L’arma sono le argentee teste d’uovo, e il protagonista si troverà, volente o nolente, coinvolto nel disperato tentativo di ricreare la letteratura partendo da questi “strumenti”. E qui mi fermo per non rovinare la sorpresa a nessuno.

Oltre alla satira, in questo romanzo c’è altro, a partire dalla splendida scrittura di Leiber. C’è tanto che ci si potrebbero perdere delle ore, perciò mi limiterò a due segnalazioni precise.

Una è la scena in cui gli “scrittori” distruggono i Mulini, meriterebbe di stare nell' antologia della bibliofilo, deliziosa. Imperdibile.

Inoltre, in questo romanzo è presente uno dei primi tentativi della fantascienza di indagare le problematiche di una mente privata del corpo. Riflessione questa, che in seguito moltissimi scrittori hanno affrontato in molti modi diversi, e non solo nella fantascienza, ma nella letteratura in generale. Mi sento di dire con una certa tranquillità che in Leiber, nonostante questo tema sia praticamente neonato, è trattato in maniera tutt’altro che infantile.

Buona lettura a tutti.

PS Nel caso non abbiate mai letto nulla di Leiber, e non troviate questo, consiglio in alternativa, in ordine di pubblicazione: Il verde millennio (The Green Millennium, 1953), I tre tempi del destino (Destiny Times Three, 1957), premio Retro Hugo 1946 (assegnato nel 1996), Il Grande Tempo (The Big Time, 1958), Premio Hugo 1958, Novilunio (The Wanderer, 1964), Premio Hugo 1965, Le spade di Lankhmar (The Swords of Lankhmar, 1968), Il fantasma del Texas o Circumluna chiama Texas (A Specter is Haunting Texas, 1968).

martedì 28 aprile 2015

Il signore della svastica (The Iron Dream, 1972), di Norman Spinrad

Norman Richard Spinrad (New York, 1940) definisce se stesso come anarchico e sindacalista ancor prima che come scrittore. Queste auto-definizioni dovrebbero iniziare a dare una misura del personaggio. Ma per dare qualche altra idea su che razza di tipo sia questo Spinrad, posso aggiungere anche che molti dei suoi romanzi ebbero, e alcuni anno tutt’ora, notevoli problemi a trovare un editore a causa dei loro contenuti fortemente politici, che la pubblicazione di Jack Barron e l’eternità (Bug Jack Barron, 1969) gli causò una pubblica denuncia al parlamento inglese, e che il romanzo che vi consiglio oggi, Il signore della svastica, fu per ben otto anni bandito dalla Germania.

Il signore della svastica, come del resto tutte le opere di Spinrad, presenta numerosi elementi originali, a partire dal fatto che non si pone come un romanzo dello stesso Spinrad bensì come “Norman Spinrad presenta: IL SIGNORE DELLA SVASTICA, Romanzo di Adolf Hitler”

Il romanzo è strutturato in tre parti. La prima, brevissima, che fornisce la chiave di lettura, contiene una breve biografia dell’autore e qualche nota pubblicitaria dell’editore. Qui veniamo a sapere che Hitler, dopo una breve esperienza di militante politico in Germania, nel 1919 si trasferì negli USA intraprendendo la carriera prima di illustratore e poi di scrittore di fantascienza.

La seconda parte, che poi è il romanzo vero e proprio, essenzialmente racconta in chiave fantastica l’ascesa del nazismo e lo svolgimento della seconda guerra mondiale quale sarebbe dovuta essere secondo la fantasia dell’autore (Hitler), senza cioè l’intervento nel conflitto degli Stati Uniti, in un mondo post-atomico in cui il comunismo di stampo sovietico ha preso il sopravvento all'interno dell'europa (sottintendendo in questo modo che nella nostra realtà, lo sviluppo delle dittature nazi-fasciste abbia funto da freno a tale ascesa).

La terza parte, attribuita al critico letterario Homer Whipple e scritta qualche anno dopo la pubblicazione del romanzo hitleriano (per la precisione, il romanzo fu pubblicato nel ’54, postuma di un anno rispetto all’autore, mentre la postfazione sarebbe del ’59) , è un analisi delle qualità, ma soprattutto dei limiti, dell’opera di Hitler, e dei motivi del successo da essa ottenuto presso il grande pubblico.

Il libro contiene una quantità di spunti e di implicazioni notevole. Innanzitutto può essere letto come un’ucronia (una storia alternativa del nazismo e della seconda guerra mondiale) all’interno di un'altra ucronia (cioè un mondo in cui Hitler non ascese al potere e in cui non avvenne la seconda guerra mondiale).

C’è anche, nel successo attribuito al romanzo fascistoide di Hitler, una pesante, anche se sottile, critica rivolta a una certa componente della letteratura fantascientifica dei primordi, e per traslazione, a tutta una parte della società americana dell’epoca.

Nella parte conclusiva, inoltre, nelle considerazioni di Whipple, Spinrad fa una pungente satira dell’incapacità delle critica letteraria (ma anche, cosa assai più importante, degli storici) di andare oltre il fatto compiuto. Incapacità questa che rende inetti, allo stesso modo, ad analizzare con lucidità gli avvenimenti del presente e di comprenderne le implicazioni. Vorrei segnalare anche, nella parte iniziale, l’elenco di titoli degli altri romanzi di fantascienza di Hitler, veramente da ridere.

Riguardo al romanzo vero e proprio, oltre alla trama, che come ho già detto racconta le fantasie di potenza di Hitler, non c’è molto da dire. È ossessivo, mal scritto, stupido nei presupposti e nello svolgimento, intriso fino al midollo di pregiudizio genetico e razziale. Del resto, come credo sappiate tutti, Hitler non è mai stato considerato un genio della letteratura, nemmeno dai suoi ammiratori più devoti.

Allora perché leggerlo? Si parla tanto della sospensione dell’incredulità necessaria (e più che mai nel genere fantastico) alla fruizione di un opera letteraria di fantasia. Ebbene, non è questo che Spinrad chiede ai suoi lettori, semmai esattamente i contrario. Questo romanzo, cioè, diventa godibile solo quando il lettore tenga il distacco più completo dalle vicende narrate, ricordando sempre che ciò che sta leggendo è opera di un certo Adolf Hitler, e riportando all’immagine dell’autore ogni goffaggine descrittiva, ogni imprecisione narrativa, l’estrema ripetitività del linguaggio. Si tratta di un godimento intellettuale, un gioco continuo fatto di citazioni, richiami alla Storia, ironia sul significato psicologico del nazismo/fascismo e sulle motivazioni profonde che ne hanno decretato il successo (e qui segnalo che col termine fascismo, riferito alla letteratura di Spinrad, va intesa una forma mentis più che il movimento politico in sé).

Vi parrà che a questo punto abbia raccontato sin troppo di questo romanzo, ma se deciderete di leggerlo, e ve lo consiglio caldamente, vi accorgerete che ci sono un bel po’ di cose su cui ho preferito tacere per non rovinarvi le sorprese. E qui mi fermo. 

Buona lettura!

sabato 25 aprile 2015

Ghiaccio-Nove (Cat's Cradle, 1963), di Kurt Vonnegut


Ho letto solo di recente questo romanzo. Il primo pensiero che mi è passato per la mente è: Come ho potuto interessarmi alla fantascienza per tutto questo tempo ignorando questo libro? Il secondo: come diavolo ho preteso di mettermi scrivere senza conoscere l’opera di Vonnegut?

Sono domande che rivelano, lo ammetto, una certa spocchia intellettuale. Ci sono tantissime cose che non ho mai letto, e altrettante che non leggerò mai, che probabilmente mi farebbero sentire allo stesso modo. La letteratura è semplicemente un campo troppo vasto perché chiunque possa esserne padrone.

La mia immagine della letteratura, in particolare, è quella di un cielo stellato. A volte ci spazio a occhio nudo, affascinato dalla molteplicità delle costellazioni. Altre volte, rapito da un singolo disegno, lo osservo al cannocchiale fino a che non mi impadronisco di ogni singola stella che lo compone. C’è anche qualche stella isolata, ben visibile certo, ma si trova in un settore del cielo quasi sgombro, mentre io ero intento a classificare costellazioni, e l’occhio non ci si è mai soffermato. Vonnegut fa parte di questa categoria. Per questo motivo mi sono poi autoassolto da quei primi pensieri accusatori.

Cercherò comunque di tenere a mente (a volte tendo a dimenticarlo), che ciò che so, e che potrò mai sapere di letteratura, sono solo briciole del tutto. Come ho già detto, il campo, già vasto di per sé, si è accresciuto in modo esponenziale negli ultimi vent’anni. E come è già accaduto in passato, molte opere di gran successo verranno dimenticate e altrettante che ora passano nel silenzio più totale diverranno, in un futuro più o meno lontano, i classici della nostra epoca.

Kurt Vonnegut innanzitutto è stato scrittore di fantascienza per una breve fase della sua carriera, distaccandosi lentamente dal genere per approdare a una sua, molto personale, visione della letteratura. Alla fantascienza ha donato alcuni splendidi romanzi. Il primo, Piano meccanico (Player Piano, 1952) è un utopia negativa in cui gli individui, pur vivendo in una società ricca e non necessitando di lavorare per vivere, sono frustrati dal mancato impiego delle proprie capacità. Le sirene di Titano (The Sirens of Titan, 1959) racconta di un potente uomo d’affari che viene suo malgrado coinvolto nel tentativo di creare una super religione adatta ai nuovi tempi. A coinvolgerlo è un suo ex rivale, passato a uno stadio superiore dell’esistenza che lo pone al di sopra del tempo. In realtà anche lui, come tutta l’umanità, è stato manovrato per uno scopo più “alto”.

Ghiaccio-nove(Cat's Cradle, 1963) è il terzo romanzo fantascientifico di Vonnegut, l’ultimo, e anche il migliore dei tre (questo anche a detta dello stesso autore, che lo considera il suo miglior lavoro assieme a Mattatoio-5). Nei primi due, in effetti, Vonnegut appare come un leone in gabbia. Entrambi prendono il via con una satira feroce nei confronti del sistema, ma anche dei singoli individui. In entrambi a un certo punto si nota che la scrittura, ingabbiata nella trama, finisce per lasciarsene condizionare perdendo gran parte della sua carica caustica. Ciò non avviene in Ghiaccio-nove, in cui Vonnegut, molto maturato, anziché veicolare la sua espressione a un genere di trama rigida si è rivelata limitante per il suo stile narrativo, effettua l’operazione contraria. La trama, cioè, finisce per diventare un filo sottile il cui scopo è solo offrire una traccia per le considerazioni e la satira dell’autore.

Si tratta di un’opera il cui unico elemento fantascientifico, il ghiaccio-nove che da il titolo italiano al romanzo, non ha un ruolo preponderante. A livello tematico si potrebbe dire che si tratta di un puro espediente e anche nella trama rimane uno dei tanti elementi secondari e trova il suo “momento di gloria” solo negli ultimi capitoli.


La storia è quella di uno scrittore indipendente che raccoglie materiale per un suo libro sulla bomba atomica. Questo libro vuole cogliere gli aspetti emotivi del giorno in cui venne lanciata. A questo scopo il protagonista contatta i figli di Hoenniker, uno dei padri della bomba, e tutti i colleghi con cui ha l’opportunità di parlare. Il maggiore degli Hoenniker, dato per morto, ricompare improvvisamente a San Lorenzo, una minuscola repubblica delle banane, e il protagonista decide di andare a intervistarlo. Lì a San Lorenzo, troverà la sua religione e il mondo, tramite proprio il ghiaccio-nove, il suo destino. L’ambientazione, come ho già scritto, non è fantascientifica, ma rispecchia abbastanza fedelmente il nostro mondo nei primi anni sessanta.


Finora ho parlato di “satira” riferendomi a Vonnegut, non sono però così certo che questo termine valga a rendere l’intento della sua scrittura. Vonnegut usa raramente l’ironia, che è generalmente una delle armi migliori per chi faccia satira. Piuttosto spande il sarcasmo a piene mani, e cinismo, e nichilismo. Uno degli scopi della satira (a quel che mi risulta) dovrebbe essere divertire chi ne fruisce, oltre che prendere in giro chi la subisce. In Vonnegut è senz’altro presente un certo divertimento intellettuale, ma scordatevi che Ghiaccio-nove vi offra qualche sorriso.


La scrittura è amara, disillusa verso tutti e tutto, tutto e tutti sono oggetto, in un modo o nell’altro, della satira di Vonnegut. Non esistono personaggi positivi, non esiste niente di buono al mondo, dobbiamo metterci in testa di vivere delle vite superflue in un mondo inutile.


Questo modo di guardare il mondo da parte dell’autore, diventa quasi claustrofobico nel corso del romanzo, in cui il lettore cerca disperatamente un personaggio a cui appigliarsi ma si ritrova in mano solo un finale tanto stupido quanto catastrofico. Questa visione tetra, è stemperata solo da un certo gusto dell’autore per il gioco, che in questo caso si manifesta in colpi di scena del tutto implausibili, oltre che con qualche riferimento all’interno della narrazione. È come se ogni tanto Vonnegut strizzasse l’occhio dicendo; Ok, viviamo in un mondo orribile, circondati da una pessima compagnia; almeno cerca di passare qualche ora di pace con questa lettura.


In questo romanzo, come in Le Sirene di Titano, è presente una notevole componente religiosa. Le religioni proposte sono peraltro abbastanza simili tra esse. In Le Sirene di Titano, si tratta della Chiesa di Dio Indifferente, il cui fondatore asserisce alla maniera di Epicuro che Dio non bada a noi e noi non dobbiamo badare a lui. In Ghiaccio-nove, è il Bokononismo, tra le cui premesse figura l’affermazione che ogni religione è un imbroglio, compreso il Bokononismo stesso. Partendo da queste basi, ci si potrebbe chiedere perché Vonnegut dedichi tanto spazio a delle religioni che sono poco più che barzellette nichiliste.


A mio avviso, visto che come ho già spiegato Vonnegut non salva niente e nessuno, si tratta di una specie di paradosso: le religioni sono un imbroglio, però è possibile che nonostante ciò esse rechino un effettivo conforto a qualcuno. In ciò hanno la loro ragione di esistere. D’altro canto solo una mente semplice può avere accesso a questo genere di conforto/imbroglio, senza riceverne comunque niente di realmente positivo, e quello dell’autore potrebbe essere in parte un avvertimento: guardatevi dalle religioni anche se apparentemente possono sembrare moderne e adattate al nostro mondo. La questione, comunque, è tutt’altro che semplice da analizzare e necessiterebbe ben altri spazi.


Allo stesso modo è difficile comprendere a fondo i riferimenti e i simboli che compaiono con costanza i tutti i romanzi di Vonnegut. Per farvi un esempio tra i più semplici; non trovate curioso che in un romanzo ambientato durante la guerra “fredda”, la minaccia segreta sia rappresentata dal “ghiaccio”-nove? Possibile trovare altri parallelismi tra il ghiaccio-nove e la guerra fredda? Modalità, tempistiche storiche etc… Provateci e mi direte.


Ma mi accorgo, rileggendo, di avere parlato di Ghiaccio-nove, senza però darvi un motivo chiaro per cui leggerlo. Eccolo dunque, e più d’uno. Leggete Ghiaccio-nove perché è la prima opera in cui Vonnegut si rende pienamente conto delle proprie (geniali) capacità e dei propri limiti. Con questo romanzo, e quelli successivi, Vonnegut abbandona le strade trafficate per tracciare il suo cammino personale nella letteratura. Leggete Ghiaccio-nove perché i grandi autori sono tali in quanto capaci di trasportarci nel loro mondo, di regalarci il loro modo di vedere, e Vonnegut, una volta entrati nella sua mente (o una volta permessogli di entrare nella vostra; punti di vista) è un tizio di cui è davvero difficile liberarsi.


Leggete Ghiaccio-nove, ma ricordate sempre quando è stato scritto; in esso si respirano post-modernità, pop-art, una concezione generale del mondo e dell’arte che vi renderanno difficile tenere a mente che ci viene da un passato lontano ormai più di sessant’anni.

domenica 19 aprile 2015

Golem100 (Golem100, 1980), di Alfred Bester



Alfred Bester (New York, 18 dicembre 1913 – Doylestown, 30 settembre 1987), nonostante una lunga carriera letteraria, iniziata con le prime pubblicazioni nel 1939 e terminata nel 1981, fu uno scrittore sicuramente poco prolifico, avendo al suo attivo appena otto romanzi, di cui due pubblicati postumi, e un corpus di racconti tra i più magri, raffrontato a quelli della maggioranza dei colleghi.

Questo non gli impedisce, però, di godere in patria di un enorme successo di critica e pubblico. Basti pensare che il suo primo romanzo “L’uomo disintegrato” (The Demolished Man, 1953) vinse la prima edizione del premio Hugo, e un altro romanzo “Destinazione stelle” (The Stars My Destination o Tiger! Tiger!, 1956) è stato votato dagli appassionati americani come uno tra dieci migliori romanzi nella storia dela fantascienza.

Bester fu tra i primi ad abbandonare i canoni del genere con l’intento di dare ai suoi scritti una dignità letteraria assoluta, anticipando di parecchi anni il movimento New-wave degli anni sessanta che ebbe come rappresentanti più noti, Dick, Ballard, Disch e Silverberg.

Il romanzo che vi propongo, “Golem100” (che va letto “Golem elevato cento”) è uno dei più tardi nella produzione di Alfred Bester. In esso si riscontrano le due peculiarità della letteratura di questo geniale innovatore della fantascienza; una strutturazione elaborata e complessa, una trama dallo sviluppo graduale che solo nel finale mostra al lettore dove vada a parare esattamente l’opera.

Queste due caratteristiche, espresse così freddamente, potrebbero dare l’idea di un puro esercizio letterario. In realtà non è così. Esse sono sviluppate con tale attenzione da far sì che il romanzo risulti coinvolgente e scorrevole. Inoltre (altrimenti dubito che perderei il mio tempo a consigliarne la lettura) non c’è solo questo; c’è ironia, ci sono personaggi vividi e mai banali, un mondo ben delineato ed evocativo che sembra vivere di vita propria, una storia estremamente personale e originale, trovate al limite del paradosso, che paradossalmente si inseriscono perfettamente nella trama.

Il romanzo è ambientato in una grande città nordamericana, in un futuro distante circa un secolo e mezzo da oggi. L’intera città appare come una sorta di periferia degradata, i cui abitanti, abbandonati a se stessi, vivono nella povertà e nell’analfabetismo. La minoranza benestante vive all’interno di “Oasi” protette sparse in questo mare di degrado. In questo scenario, importante ma non invadente, si sviluppano le quattro linee portanti della narrazione, che seguono altrettanti personaggi principali.

La prima, in ordine di comparsa, segue un gruppo di donne dell’alta borghesia, che annoiate, si riuniscono per dedicarsi a passatempi futili quanto le loro stesse esistenze. In particolare, all’inizio del romanzo, si tratta di evocazioni sataniche.

La seconda linea segue le mosse del leggendario capo della polizia, il subadar Ididni, alle prese con una serie di omicidi tanto efferati quanto misteriosi.

La terza telecamera è puntata su Gretchen Nunn, una sorta di psico-investigatrice, ricchissima e notissima. Questa viene incaricata dal consiglio di amministrazione di una potente industria profumiera, la CCC, di scoprire le cause della scarsa produttività del loro dipendente più prezioso.

La quarta, infine, si occupa proprio del dipendente in questione. Il genio della chimica dall’olfatto sopraffino, Blaise Shima. Colui che con le sue capacità ha reso la CCC dominatrice incontrastata del mercato.

Queste quattro linee, nell’intrecciarsi e sovrapporsi, tra esse e con altre linee secondarie, finiscono per creare una trama ardita e dai disegni complessi, zeppa di sorprese e annotazioni psico-sociologiche, che svela gradualmente l’andamento e i risvolti della storia. Un caleidoscopio geometrico, che, proprio in quanto tale, non si fa mai confuso.
Spero, con ciò, di avervi stimolato almeno a dare un’occhiata a questo splendido romanzo. Vale davvero la pena.